In caso di allergia al Nichel tra le manifestazioni cliniche più conosciute c’è la dermatite allergica da contatto (DAC) che viene diagnosticata tramite il Patch test ed è evitabile con l’eliminazione del contatto cutaneo con oggetti che contengono Nichel nella loro lega.

Tuttavia esistono manifestazioni cliniche molto generiche, cutanee ed extracutanee riconducibili a quella che viene definita “sindrome sistemica al nichel (SNAS).  Purtroppo non esiste o non è riconosciuto nessun sistema “gold standard” per la sua diagnosi.  A complicare le cose c’è il fatto che la SNAS non è classificata come patologia medica e i sintomi sono vari e non patognomici, somigliando a quelli della sindrome dell’intestino irritabile (IBS) o della fibromialgia o di altre malattie autoimmuni. Certo è, che a fronte di un Patch test positivo (dal quale non si può prescindere) e diagnosi di DAC, la comparsa di lesioni cutanee proteiformi  particolari non per forza legate al contatto con il metallo o la presenza di riniti, cefalee, cistiti e/o vulvovaginiti, acne, fibromialgia e soprattutto varie problematiche a livello gastrointestinale (stipsi, diarrea, meteorismo, flatulenza, difficoltà di digestione, aftosi ricorrenti) deve far pensare quantomeno ad una sensibilizzazione al nichel.

La diagnosi dovrà sempre essere per esclusione, soprattutto in quei pazienti con diagnosi pregresse ad esempio di IBS o Fibromialgia o altro in cui, le comuni terapie proposte per questi disturbi non hanno sortito l’effetto sperato.

Quale approccio nutrizionale?

Mentre nel caso di DAC non ci sono prove che l’ingestione di nichel provochi sfoghi cutanei, rendendo quindi non necessario proporre diete nichel free ai pazienti, nel caso in cui il paziente nel tempo sviluppi anche manifestazioni sistemiche,ne   diventa utile l’utilizzo.

Il problema di una dieta di questo tipo è che il Nichel è ubiquitario e con molti elementi di variabilità che rendono molto difficile stabilire la vera quota di Nichel presente negli alimenti ( terreno, stagione, parti della verdura…) e lo stabilire la soglia ammissibile. Infatti non è definita una concentrazione soglia in mg/kg rispetto al quale un alimento possa essere definito ad alto o basso contenuto, ma soglie differenti vengono utilizzate da vari autori, inoltre l’assorbimento del nichel è influenzato dalla variabilità individuale legata allo stato della parete intestinale o alla reattività immunitaria dell’individuo.

Ruolo del nutrizionista

Questo spiega perchè chi si accinge a cercare le liste di cibi consentiti o vietati si trova davanti a tabelle con valori molto diversi se non discordanti. Conviene quindi rivolgersi ad un professionista della nutrizione che possa impostare un protocollo che non preveda esclusivamente l’eliminazione degli alimenti, ma anche che prenda in considerazione l’insieme delle problematiche del paziente escludendo che i sintomi siano riferibili ad altre patologie.

Sicuramente in un soggetto, almeno sensibilizzato, il primo step sarà una disintossicazione da Nichel con una dieta Nichel free ragionata che ponga attenzione all’aumento di cibi ricchi di antiossidanti e con un buon apporto di Ferro e vitamina C necessari per ridurre al minimo l’assorbimento di Nichel.

A questa deve seguire, soprattutto nei pazienti con sintomatologia gastrointestinale, il ripristino della salute  della parete intestinale ed il ripristino di un corretto microbiota intestinale verosimilmente caratterizzato da disbiosi indotta dall’impatto tossico del Nichel sull’ecosistema intestinale. Sarà utile  a questo scopo la somministrazione ragionata di probiotici ed integratori.

Migliorate le condizioni generali si deve poi procedere ad una dieta “challenge” in cui  viene saggiata la tolleranza individuale al fine di portare al benessere pazienti che altrimenti vengono definiti cronici senza strategie terapeutiche eziologiche.

Esiste un vaccino?

Quanto riportato riguarda l’approccio nutrizionale, va comunque ricordato che l’unica arma terapeutica   per la SNAS è il “vaccino”, un trattamento iposensibilizzante finalizzato all’ induzione di uno stato di tolleranza immunologica e clinica nei confronti del metallo alle dosi normalmente assunte tramite la dieta. Ha una durata di 12 mesi e prevede una prima fase di INDUZIONE e una di MANTENIMENTO.
Fase di INDUZIONE : in cui viene aumentata progressivamente la dose, il paziente deve continuare a seguire scrupolosamente la dieta povera di Ni .
fase di MANTENIMENTO: le dosi vengono scalate e il paziente può iniziare a reintrodurre gli alimenti prima esclusi partendo da quelli a basso contenuto di Ni (< 200 µg/100 g) per poi passare a quelli a medio contenuto (200 500 µg/100 g) e poi ad elevato (> 500 µg/100)
Circa il 70 80% dei pazienti che completa il trattamento riesce a tornare ad una dieta pressoché libera .
Nonostante molto promettente, tale trattamento è ancora oggetto di discussione e non tutti gli allergologi lo propongono ai pazienti.

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